


Il Trittico
Musica di Giacomo Puccini
Direttore d’ochestra Kirill Petrenko
Regia Lotte de Beer
Konzeptionelle Beratung
Scene Bernhard Hammer
Costumi Jorine van Beek
Luci Alex Brok
Dramaturgie
Direttore del coro Sören Eckhoff
Il Tabarro
Libretto di Giuseppe Adami
Michele Wolfgang Koch
Luigi Yonghoon Lee
Il Tinca Kevin Conners
Il Talpa Martin Snell
Giorgetta Eva-Maria Westbroek
La Frugola
Claudia Mahnke
Un venditore di canzonette Dean Power
Due amanti Rosa Feola, Galeano Salas
Gianni Schicchi
Libretto di Giovacchino Forzano
Gianni Schicchi Ambrogio Maestri
Lauretta Rosa Feola
Zita Michaela Schuster
Rinuccio Galeano Salas
Gherardo Dean Power
Nella Selene Zanetti
Gherardino Paul Riedel
Betto di Signa Christian Rieger
Simone Martin Snell
Marco Sean Michael Plumb
La Ciesca Jennifer Johnston
Maestro Spinelloccio Donato Di Stefano
Ser Amantio di Nicolao Andrea Borghini
Pinellino Milan Siljanov
Guccio Boris Prýgl
Suor Angelica
Libretto di Giovacchino Forzano
Suor Angelica Ermonela Jaho
La zia principessa Michaela Schuster
La badessa Claudia Mahnke
La suora zelatrice Helena Zubanovich
La maestra delle novizie Jennifer Johnston
Suor Osmina Ruth Irene Meyer
Suor Genovieffa Anna El-Khashem
Suor Dolcina Paula Iancic
La suora infirmiera Alyona Abramowa
Coro dei ragazzi Kinderchor der Bayerischen Staatsoper
E così accade, come per incanto, di venire trascinati via dalla risacca delle torbide acque della Senna sotto il barcone di Michele nel Tabarro, in un gorgo di passione, di nostalgia, occasioni di riscatto perdute per sempre, il dolore per le vite che non ci sono più e dove resta solo il bruciare della carne a tenere vive le povere anime alla deriva che affollano il primo dei tre capolavori pucciniani che formano il Trittico, in una danza che conduce, inesorabile, alla morte, con la musica che ti si aggrappa al cuore come per strappartelo via. E ancora la morte, il senso di oppressione, l’inesorabile consapevolezza che non ci sono vie di fuga, alternative, aleggia implacabile in Suor Angelica, che qui vedeva Ermonela Jaho, ancora una volta, sconvolgente e stupefacente protagonista. La morte, dunque, la morte di cui ci si beffa nel terzo episodio del Trittico pucciniano in quell’autentico gioiello che è Gianni Schicchi e dove torna ad esplodere la vita.
Su tutto la bellissima direzione di Kirill Pretrenko che penetra ed esalta la straordinaria ricchezza della partitura pucciniana, cogliendone ed esaltando particolari, preziosismi assolutamente inediti, evitando un’esecuzione enfatica e retorica ed entra, insieme ai cantanti, dentro i personaggi, li vive con loro, li culla e riesce a precipitarci nel grumo di infelicità e di male di vivere che attraversa i due primi atti unici, per poi arrivare al terzo, che è un vero e proprio atto liberatorio.
E la regista olandese Lotte de Beer insiste molto sul tema della morte, così assistiamo all’inizio di ciascun atto al passaggio di un funerale e come in un flashback, l’inizio del Tabarro mostra la disperazione di Giorgetta e Michele accasciati sulla bara del figlio. Lo svolgersi delle vicende è chiuso in una sorta di tubo catodico che si stringe verso il fondo, un buco nero verso il quale scivolano le sorti dei personaggi e che vale anche a rappresentare quel senso di chiuso e di oppressione che grava sui personaggi. Un tale contenitore però, sembra contrastare con l’ariosità e l’energia vitale di Gianni Schicchi.
Il Tabarro vedeva Eva-Maria Westbroek nei panni di una dolente ed efficacissima Giorgetta, molto naturale nella recitazione di grande intensità nel canto con una voce sicura e come è noto di grande spessore, straordinaria nei duetti con l’atletico Luigi di Yonghoon Lee e nel sofferto duetto con Michele.
Yonghoon Lee in particolare ha offerto una prestazione maiuscola, grande recitazione e voce di notevole volume, gestita con molto controllo, con ottime intenzioni interpretative e una bellissima esecuzione di Hai ben ragione, fatta di sfumature e continui ripiegamenti. Scioltissimo nel registro acuto, che come si sa, nel Tabarro, mette a durissima prova il tenore. Wolfgang Koch, purtroppo, non era in perfetta forma (l’imperversare dell’influenza ha fatto diverse vittime tra i cast originali delle tre opere), tuttavia ha offerto una prova significativa e dato spessore al complesso personaggio di Michele. Bene la Frugola di Claudia Mahnke, così come gli altri personaggi minori.
Un discorso a parte merita la Suor Angelica di Ermonela Jaho, che dopo il fortuito e fortunato incontro con questo personaggio nella splendida produzione del Trittico del 2011 alla Royal Opera di Londra, ripresa circa due anni fa, ha aperto un nuovo e affascinante versante interpretativo e rimesso l’opera al posto che le compete, che è quello degli autentici capolavori. La Jaho è un’artista che ha un potere di coinvolgimento assolutamente fuori dal comune. Assistere ad una sua recita significa fare i conti col personaggio che interpreta, trovarselo davanti tout court con tutto il bagaglio di sofferenza e di dolore che si porta dentro e dal quale la Jaho si lascia possedere per poi gettarlo, senza sconti, al suo pubblico. Un’alchimia che lascia spiazzati e genera negli ascoltatori un percorso attraverso il dolore che poi diventa rigenerante e catartico. Raramente mi è capitato di incontrare un’artista che incarnasse in modo così assoluto la dimensione tragica e a volte violenta dei personaggi, e lo fa attraverso il corpo, la recitazione, la voce sempre controllatissima segnata, lo avvertiamo costantemente, dal dolore e dalla consapevolezza estrema di quel dolore.
E dunque, questa Suor Angelica, che la regista vuole ormai vittima paranoica di un destino che ne fa un’alienata. La Jaho non si sottrae a questa lettura e ne restituisce appieno tutto il disagio e la sofferenza, che poi esplode in una reazione violentissima contro la Zia Principessa, qui interpretata efficacemente da Michaela Schuster, per poi sprofondare nello strazio infinito che si avverte in ogni nota della sua bellissima interpretazione di Senza mamma. C’è poi la bellezza diamantina dei suoi acuti in pianissimo, proiettati sempre con grande sicurezza e solidità. Insomma, un’esperienza spirituale di grandissima forza seduttiva.
Gianni Schicchi vedeva il debutto nel ruolo del titolo del grandissimo Ambrogio Maestri che ha, come era prevedibile, dominato la parte dal punto di vista vocale. La sua “sfida all’eternità” ha tuonato come un colpo di cannone. Semmai è un po’ mancata al personaggio quell’impronta maliziosa e perfida, che ne costituisce l’essenza. Bene la Lauretta di Rosa Feola, lei sì maliziosa e intrigante, che strappa un immancabile applauso dopo il babbino caro e bene Galeano Salas che ha sostituito l’indisposto Pavol Breslik. Molto dinamica ed energica la Zita di Michaela Schuster.
Il tributo del pubblico è stato generosissimo, ovazioni particolari per il duo Petrenko-Jaho. Teatro esauritissimo in ogni ordine di posto non solo in questa recita, ma in tutte quelle della serie che hanno fatto registrare sold out da settimane. Ultima replica il primo gennaio, con l’opportunità di andarselo a vedere o a rivedere a luglio 2018.
Sandro Corti



















