Recensione di Michele Orsitto
Ho sempre apprezzato, nell’Arte, l’ordine assoluto, totale, l’esattezza, la tendenza verso la perfezione. Ammiro quindi gli artisti che hanno come obiettivo il controllo di ogni minimo particolare della propria creazione, in una parola: la coerenza.
Di recente, invece, due grandi vecchi del cinema americano, mi hanno fatto riflettere sul concetto opposto: ovvero sull’impossibilità di comprensione di tutti i fenomeni che la realtà ci pone di fronte, sulla velleitarietà del voler attribuire un significato e un senso a tutto quanto accade; in poche parole: sull’accettazione del caos.
Questi due grandi vecchi sono David Lynch, con la sua (perlomeno) controversa terza serie di Twin Peaks (che mi sono sorbito fino in fondo senza troppo entusiasmo, devo dire), e Jim Jarmusch, con questo suo ultimo “I morti non muoiono”.

Entrambi i cineasti hanno accettato (il primo deliberatamente, il secondo non so quanto con cognizione di causa), di non dare un senso a eventi, personaggi, aneddoti, situazioni. Mi spiego meglio: Kubrick non avrebbe mai privato di senso e significato neanche il colore di una maglietta, l’inquadratura di un soprammobile o la descrizione di un fatto qualsiasi. Lynch e Jarmusch, nelle loro ultime fatiche, hanno buttato lì personaggi, situazioni, eventi, che non hanno nessuna connessione con la trama principale (in Twin Peaks 3 si fatica anche a trovarla, una trama principale…), e che, addirittura, non si spiegano in alcun modo, oppure letteralmente “non vanno da nessuna parte”. Questo approccio è, se si vuole, più realistico di quello dell’artista-demiurgo. Nella vita di ciascuno di noi, a ben vedere, non tutti gli eventi sono comprensibili, o hanno un senso; molti personaggi che compaiono nei copioni delle nostre esistenze non hanno un significato preciso, oppure entrano ed escono dalla nostra vita senza che ciò desti in noi il benché minimo interesse, oppure non comprendiamo i moventi delle loro azioni. Molti fatti della vita restano per noi inspiegati o inspiegabili. Perché, dall’arte, si dovrebbe pretendere coerenza assoluta, quando la realtà questa coerenza non ce l’ha?
Beninteso, non sono così convinto che questa impostazione di fondo sia del tutto condivisibile, e in mente mi si affollano parecchie obiezioni, con le quali non vi tedierò.
Mi si conceda solo che, secondo me, la riflessione più geniale (assai più attraente di quelle di Lynch e Jarmusch) ed artisticamente riuscita sul tema in esame che io conosca, è quella del grande scrittore svizzero Friedrich Duerrenmatt (v. “La Promessa”, che è divenuto un buon film di S. Penn o anche “la Panne” invece trasposto orribilmente da Ettore Scola), che è riuscito a parlare del caos mantenendo ben salde le redini della perfezione formale delle proprie opere…
Comunque, “The dead don’t die”, va detto, non è un granché, niente che si possa paragonare alle cose migliori del regista di Akron – Ohio.

Il film non inventa niente: gli zombi come metafora delle masse, l’insensibilità della civiltà capitalistica rispetto alle tematiche ambientali, l’impossibilità di evitare la catastrofe se non con la nemesi dell’attuale sistema di valori.
Ma la sfiducia di Jarmusch nell’uomo contemporaneo è tale che coinvolge anche lo spettatore: Jarmusch si sente in dovere di spiegargli pedantemente tutto, come se fosse un bambino; il che non giova al valore artistico dell’opera. Inoltre, a parte il tema principale (le mutazioni ambientali hanno sconvolto a tal punto il pianeta, che neanche i morti muoiono più, e si trasformano in zombi), le vicende dei personaggi secondari appaiono del tutto scollate dalla trama, e non vanno da nessuna parte.
Anche le citazioni cinematografiche (Romero, Murnau, Lynch, P. Jackson, i Simpsons, Tarantino, JArmusch stesso, S. Fuller, ecc.ecc.) seminate a bizzeffe sono buttate lì senza un senso.
Da ultimo: Adam Driver continua a non essere il mio attore preferito.
