SPE, il ritorno dell’elegia e della forma “religiosa” in poesia

Nei versi del poeta bolognese Paolo SENNI GUIDOTTI MAGNANI ritornano vecchie forme metriche e riflessioni intime

Mi si perdoni una recensione che non è vera recensione. Il libro è vecchio, uscito come è quasi dieci anni fa, ma due righe vorrei scriverle lo stesso per Voi lettori di NCOA e Menabò.

Paolo SENNI GUIDOTTI MAGNANI

Intanto perché è uno dei libri di poesia che non si limita a raccogliere occasioni, più o meno liriche, più o meno personali, ma che ha un suo disegno, un suo piano di lettura, coerente, simbolico e espresso per generi. Cosa che per il sottoscritto è un indicatore di qualità, di cura. Poi perché i versi di Paolo SENNI GUIDOTTI MAGNANI, d’ora in poi per brevità PS, sono una piacevole, buona lettura.

Chi non è più da tempo credente forse potrà apprezzare maggiormente il testo, rispetto a chi si trova al centro di un percorso personale di fede; forse lo farà, mi pare, almeno per me è stato così, con lo spirito di chi si trovi a passare di fronte alla casa in cui sono nati gli avi, o è nato egli stesso, e che gli è stata portata via dalle vicende della vita, vicende non necessariamente traumatiche o dolorose, anzi, la sensazione che io stesso ho provato nel leggere SPE è proprio quella di chi si trova a tornare, epidermicamente, in un luogo un tempo familiare e personale. Luogo che non lo è più e che è visto come in sogno, senza rimpianto o particolare pena, ma con una mite, estranea curiosità.

Il testo è costituito da dieci (biblicamente, va da sé) sezioni, ciascuna costituita da un sonetto – che “non è” tale, ma PS lo sa, essendo del mestiere – da una poesia in forma di preghiera e da una più lunga elegia, o cronaca personale, suggerite o accompagnate da un passo evangelico (in appendice). Quindi, su tre livelli più il passo evangelico citato: un quartetto, come gli Evangelisti. Anche questo fa parte delle “regole” che PS propone ai suoi lettori.

La poesia di PS è una poesia dal linguaggio quotidiano, non particolarmente né inutilmente ricercato, ma specifico e preciso; eppure è anche una poesia non immediata. Non è un verso che ammicca e si compiace: è opera che va riletta, masticata, digerita e compresa per essere dipanata come merita. Perché esula dal facile personalismo, ma resta personale e a tratti si fa necessariamente criptica. Sono proprio questi frammenti di opacità che ritengo costituiscano il senso più diretto dell’opera, comparati con la cronaca quotidiana, essenziale, delle riflessioni che l’autore propone. Proprio tenendo conto della differente densità dei livelli, suggeriamo di affrontare i versi di PS partendo dalle “elegie”, componimenti in cui più felicemente l’ordinario si fa cronaca comune a ogni lettore e ai suoi atti di umana perplessità. Sono la parte secondo noi meglio riuscita, soprattutto perché PS riesce a segnalare e raccontare sentimenti anche difficilmente esprimibili con correlativi oggettivi, momenti, istantanee estremamente diffuse e di comune esperienza. Non siamo davanti alla folgorazione del mistico, quindi alla poesia come illuminazione trascendente, ma alla fenomenologia del pellegrino: un uomo che, dovendo badare alla propria esistenza, si trova a attraversare momenti significativi, di valore collettivo e religioso, ma nel senso più familiare:

> «compro vassoietti di macinato / a casa sommo i singoli pesi e divido per 275 grammi, / la loro dose giornaliera / il numero che viene sono i pacchetti che faccio e congelo / un pacchetto fa per un giorno assieme al riso soffiato / e all’acqua. / Quanto durerà questa storia? / Ai cani faccio da mangiare tutti i giorni / anche noi mangiamo tutti i giorni / questa oggi è l’elegia dell’ordinario / tutto è ordinario»

Che ci sia del religioso in ogni fatica umana è una verità che PS ci ricorda degnamente. Nelle sue elegie si trovano conoscenti bisognosi di consolazione (evangelica, nel senso più onesto possibile), passanti, pazienti, le incombenze domestiche, ragazze e giovani sconosciuti, le diatribe familiari, calzolai e figli incazzati, gatti e sonniferi, amicizie finite, la “gente” che chiede mandarini in agosto, gommisti, Steve McQueen, e ci sono anche le madri che aprono asili per i figli delle mondine. Metaforicamente parlando e senza voler sminuire il contenuto, una “lista della spesa” che racconta storie di sapore anche apostolico. Qui sta la bella, complicata semplicità, dei versi di PS.

Più arduo, sul tema della complicazione, è il sentiero tracciato dai sonetti. Qui del sonetto è rispettata la versificazione (4+4+3+3) ma non la metrica né lo schema di rima, ma è chiaro che si tratta di una scelta precisa. Mi chiedo se PS non abbia voluto evitare di affidarsi per intero alla forma sonettistica tradizionale per “adeguare” il tono alle elegie. Ne escono componimenti a volte più riusciti – come il n.5 e il n.8, secondo me – frutto non solo di attenta osservazione, come tutto, ma di una sincera corrispondenza tra dato reale e reazione interiore, tra fatto e intimità; mentre altre volte ci sono delle difficoltà, come nel componimento “Terra Dolente”, nella conclusione, troppo ostica e forse anche eccesivamente retorica. Nel complesso preferiamo l’ironia gentile espressa in “Il Ciclo ha prodotto Qualità?”, in cui emerge non solo la competenza personale e professionale dell’autore, ma una divertente valutazione momentanea della vita tal quale si offre a noi. PS in genere si mostra poeta osservatore più che ‘musicista’ e questa capacità di sondare il dato misurabile per farne riflessione interiore e di vero sentimento è un tratto distintivo. Anche quando ci propone resoconti di vita familiare, come le zie religiose, una in clausura e l’altra domenicana laica, PS non è mai stucchevole ma concreto, ci sembra di entrare in una vera casa con persone reali e per nulla artificiose.

Ancora più complessa è una valutazione – o anche una semplice ricezione – delle “preghiere”. I momenti più oscuri della raccolta. Necessariamente, ne sono certo: poiché la preghiera – se è autentica e non è posa o bigotta devozione – è *per se*oscura, densa, a volte incomprensibile e forse non condivisibile. Va merito al nostro PS aver tentato un’impresa tanto ardua. Rendere la preghiera in forma poetica è cosa da titani: leggete Ignazio di Loyola o San Giovanni della Croce per avere una vaga idea… Eppure sono proprio questi punti di oscurità a riportare la poesia  su un livello ancora solido, valido. Lo stile è squisitamente religioso, questa è la sua natura ma anche il suo limite, almeno per il lettore che non ami il genere. Di questa serie ci è piaciuta molto la poesia nata da Marco, 8, 17-21, sul lievito:

> «Lievito come veleno / lievito amaro / lievito di uccidere / lievito serpente / lievito inganno e bugia. // Lievito per fare pane / lievito per fare vita / lievito per parlare / lievito per tacere e contemplare / lievito per amare / lievito di essere fratelli. / Mistero e speranza.»

Mi devo qui scusare per la citazione perché – questo è un punto che mi sta particolarmente a cuore, parlando di affrontare la poesia – isolata dal contesto questa parte, se fosse altrove, se fosse una composizione isolata e estemporanea potrebbe sembrare uno dei tanti e troppi esempi di retorica poetica, sin troppo triti e abusati. Ma all’interno del disegno e dell’opera di PS, una raccolta breve, ma unitaria e coesa, la poesia non solo assume un senso limpido e per nulla retorico, non solo è “autentica”, ma rappresenta un preciso concio d’opera, una chiave di volta funzionale e espressiva al servizio dell’insieme e del messaggio. Perché la poesia è intertestuale, contestuale, vive all’interno di un organismo che è la raccolta in cui la colloca il poeta. Presa da sola è specimen, ma assai meno presente, assai meno dotato di senso proprio (salvo alcuni vertici immortali), come può esserlo un animale in gabbia, in vitro, o impagliato a fronte della creatura vista in vivo nel suo habitat. Qui PS ha svolto una coerente descrizione del proprio ripensamento interiore che va goduta nel contesto dell’opera e nella sua lettura integrale, insieme con il testo evangelico: le preghiere sono un momento necessario e verificante il resto delle impressioni poetiche.

Nel complesso un libro forse non decisivo nel percorso dell’autore, e del genere; ma chiarificante, consapevole, ben strutturato, concreto; una poesia di qualità, da prendere assolutamente in considerazione, che siate credenti o no, che abbiate una aspettativa più laica verso l’arte, o viceversa che cerchiate una sincera occasione di piccola, umana, esperienza. PS in questo senso si dimostra poeta reale, vivo, per nulla scontato.

FURIO DETTI


Paolo SENNI GUIDOTTI MAGNANI

SPE. Sonetti Preghiere Elegie. Poesie

Edizioni del Leone, Venezia (2010)

ISBN 9788873142799

pag. 45

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