Il Joker e la fisica sociale

Prendiamola sui massimi sistemi, per parlare del film-evento della Stagione

Voglio fare un gioco. Mi sembra il minimo data la semantica e il film un po’ pippone, ma molto ben costruito di cui parlo.
E voglio elogiare comunque l’ottima interpretazione di Joaquin Phoenix [1]  senza tirare in ballo direttamente ciò di cui tutti parlano: la politica: gli “incels”, i “bianchi in*****zati”, la rabbia della classe media statunitense, i comix come pessimi maestri… e tante altre cose sin troppo ovvie, ma non per questo forse sempre vere. Dimentichiamole, almeno per cinque minuti.


Voglio parlare di fisica.
E di umanità.


Joker non è solo un ritorno della “stessa cosa ma… diversa”, come il De Niro di Taxi Driver del 1976 ma anche il (meno citato) Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia (1993), o il Jack Nicholson di Shining (1980); certo, è in questo un film terribilmente scontato, ma anche terribilmente attuale. Forse un difetto, ma un pregio se devi entrare nella storia del Cinema. Todd Phillips, autore di commedie (Starsky&Hutch del 2004, Una notte da leoni del  2009) ha imbastito la sua prima vera storia ‘dark’ nel segno della commedia, nel nome del clown. Quindi sapeva costa stava per fare e come farlo. Joker, dicevo, è qualcosa di più del clown fuori controllo. 

Phillips ha preso la fisica e l’ha usata.

Forza uguale massa per accelerazione.

Se prendi qualcosa di molto comune: la rabbia, la frustrazione, il risentimento, la solitudine, l’incomprensione, la diversità non accettata, la miseria – tutte cose ancora obiettivamente “di massa”, e ciò che pesa sul mondo è sempre ciò che è molto numeroso – e le acceleri nella macchina da presa, ottieni solo forza. Forza bruta. Impatto.

Joker è un film che fa della ridondanza la sua cifra. È una sassata in faccia non perché è volento ma perché ha in sé la necessità di un principio fisico. Azione, reazione; a una forza risponde una forza opposta, una resistenza. Ci ripete cose che conosciamo purtroppo tutti molto bene, che potremmo anche catalogare come “esasperazione”. In questo è un po’ pippone… Specialmente quando Joker fa il suo discorso finale: due battute in meno e avremmo avuto Kubrick o Hitchcock. Purtroppo abbiamo ancora un bel film, ma non un capolavoro. Anche se Phillips ci racconta la stessa alienazione, infilandoci stavolta persino la sindrome, la disabilità. Perché Joker è anche un “intoccabile”, un “innocente di Dio”, in quanto sofferente un disturbo neurologico. Nelle culture arcaiche il disturbato mentale o psichico appartiene a Dio (o agli déi), quindi vive una sorta di condizione protetta e insieme infausta. La sua risata incontrollabile e compulsiva è la sola cosa che lo rende veramente “diverso”. Ma non lo salva e forse non lo scusa. Perché – come sperimentato nel gioco della maschera di V for Vendetta (altro fumetto, ben più malriuscito nel suo farsi cinema) – è facile far diventare  ciascuno di noi un simbolo o alla peggio un “meme”, e moltiplicare il “santo” in ognuno di noi. E scusare ognuno di noi in un rituale irresponsabile. Nella folla in delirio Joker vive e si moltiplica. Nella pellicola, nella comunione prefinale della rivolta e nella scena conclusiva in cui la luce e l’apoteosi in senso stretto dominano la narrazione, come in sala, nel pubblico che festeggia la sua rivalsa, e che in fondo in fondo lo ammira senza poterlo ammettere, non c’è la catarsi, ma ci sono emulazione e desiderio. I due motori della società attuale.  Emulare desiderando è merce divenuta comunisssima nell’era dei social e del web.



Se pensiamo che i meccanismi sociali e umani hanno subito e stanno subendo un’accelerazione terrificante nell’era teconologica, comprendiamo che non si tratta più di fumetti e evasione. Si tratta anzi del suo esatto opposto, di cronaca e di abitudine. Accelerare i processi è la caratteristica principe della tecnologia, dal sasso che spacca le noci al supercomputer quantistico: “Lo facciamo, ma più veloce!” è la logica del progresso. Ottieni la stessa zuppa, ma più velocemente, e quindi ottieni anche di più, per unità di tempo. E, restando in tema di fisica non quantistica, ti esaurisci e esaurisci prima le risorse. Anche quelle spirituali e mentali. Joker tracolla perché è troppo lento rispetto a Gotham. Lui e sua madre non sono solo poveri, ma sono fuori sincrono. Vivono un tempo di rimpianto e ritualità solitarie, quasi ingenue. A differenza della vicina di colore con cui lo stesso protagonista ha a che fare, Arthur Fleck non è adeguato e coordinato col prossimo neanche come vicino di casa. I ribelli di Fight Club (1999), per fare un paragone, in confronto erano paradossalmente dei pesci nel proprio fiume. Di certo erano più “integrati” e meno apocalittici di Fleck-prima-di-diventare-Joker. C’è un solo individuo che è “rallentato” quanto Fleck, e lo si vede quasi a occhio nelle sequenze girate: è il piccolo Bruce Wayne. Bruce e Arthur sono uniti dal fatto di essere fuori dalla corrente, ognuno per ragioni opposte, ma con esiti speculari. Il primo perché ricco e isolato, il secondo perché povero e reietto al di fuori di quella parodia che è la vita urbana del consumatore. Arthur Fleck, prima di diventare Joker, è antiurbano per definizione. Sembra letteralmente un mite animale selvatico sparato in mezzo a un incrocio di New York. È il cane randagio campagnolo preso a calci dai balordi di città. Non a caso colui che sarà la sua nemesi vive nello spazio non-urbano delle ville immerse in una natura quasi ottocentesca. In questo i nemici vengono dallo stesso utero. Fleck è come un orso investito che rimbalza sui paraurti delle auto nell’ora di punta.

Solo come distruttore, diventando il Joker, trova un modo per “parlare” alla gente della strada. Per farsi capire e accettare. L’unico e ultimo tentativo umano prima di diventare qualcosa di altro, lo compie, come dietro alla grata di un confessionale, davanti all’impiegato del manicomio. Una delle scene più belle del film a mio parere, dopo le danze che egli intreccia nella desolazione urbana. Potremmo definire questo film un Giovane Holden alla rovescia in cui si diventa Joker accettando e caricando al massimo ciò che ci rende simili alla folla anonima e infelice: la violenza in quanto accelerazione. Risoluzione rapida dell’angoscia, antidolorifico massimo.

Non è un bel messaggio, ma non è colpa del regista. In questo senso, fedeli al motto della testata, la storia narrata da Phoenix per la regis di Phillips non è una “crime story”, è lo specchio shakesperiano della natura, è l’arte come riflesso. Le scene nel camerino, nel loro clonare quasi le visioni di Kubrick dentro l’Overlook Hotel, sono una sfacciata dichiarazione di intenti. È il contesto che la rende esemplare.
 

NOTE
1. Forse non tutti sanno che… Joaquin è il fratello del celebre River Phoenix che interpretò uno spettacolare giovane Indiana Jones, scomparso prematuramente nel 1993 – di origine ebraica, come il regista. 

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